Articoli, Blog

Jan Švankmajer. Il disegno, il tatto, la vista.

Mediumní kresba III

Jan Švankmajer è certamente il noto cineasta ceco che in molti conosciamo, ma è anche un autore che si esprime attraverso una molteplicità di linguaggi, la scultura, l’istallazione, il collage e il disegno, in piena coerenza con la sua volontà di ri-creare l’universo, di mettere in scena il suo “paese delle meraviglie” che, come con convinzione egli stesso sostiene, possiede concretezza e validità d’esistere tanto quanto il lato più razionale della realtà.

A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 il Partito Comunista della Cecoslovacchia impose al cineasta di produrre soltanto lungometraggi che si ispirassero ai classici della letteratura; così, per esempio, nacque “La casa degli Usher” (Zánik domu Usheru) tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Film come “Il castello di Otranto” (Otrantský zámek) e “Dimensioni del dialogo” (Možnosti dialogu) vennero invece censurati, a causa della spregiudicata e ironica critica sociale, che contraddistinguono in realtà tutto il cinema di Švankmajer.

Svankmajer moznosti dialogu nahledy

Mediumní kresba, 2004

Tuttavia, fu proprio in questi anni che Švankmajer si dedicò con ossessiva costanza ad un altro genere di produzione artistica. Si inoltrò nel territorio, ancora poco esplorato, del tattilismo e ne fece la catalizzazione di tutta la sua poetica. Di certo questa predilezione trova le sue radici nella formazione giovanile presso la cattedra di Marionette della DAMU di Praga e nella profonda conoscenza delle teorie sul tattilismo di Marinetti. Il creare burattini, curarne i minimi dettagli, dagli scheletri lignei alle imbottiture e alle scenografie, lo studio quotidiano dei materiali e la loro resa in movimento, ha fatto di Švankmajer un maestro dell’arte plastica.

Švankmajer sostiene la liberazione degli oggetti dalla semplice funzione utilitaristica, e allora i suoi burattini e le sue invenzioni diventano i suoi personali golem, e da vero, se non ultimo, surrealista ci ricorda che ogni oggetto ha una storia di cui rilascia potenti impressioni se ci si avvicina ad essa attivando i receptori dell’inconscio che eludano le leggi della logica. Solo così si può avere accesso alla realtà, che è duplice, ambigua e insensata, sempre.

06svankmajer_mediumni_kresba

Mediumní kresba IV, 2001

“liberare il Tatto dalla dipendenza della Vista”

Se per il surrealismo francese bisognava chiudere gli occhi per riuscire a vedere finalmente, a Švankmajer questo non basta: il senso che più di tutti amplifica il potere dell’inconscio è il tatto, e per imparare a farne uso, è chiaro, dobbiamo rivolgere lo sguardo verso l’interno, chiudere gli occhi sì, ma anche “liberare il Tatto dalla dipendenza della Vista”.

I lavori che esplicitamente indagano la dimensione del tatto sono le sculture gestuali, come “Gesto suicida” del 1994, le istallazioni e i collages tattili, come “Guerra civile” del 1996. Ma la serie che più ci interessa in questa sede è una raccolta di disegni che Švankmajer compone dal 2000 al 2004. L’autore li chiama “Mediumní kresba”, il che immediatamente ci suggerisce il ricordo dei disegni medianici, i quali ancora non riescono a trovare una giusta e meritevole collocazione nelle storie del linguaggio. Eppure, l’autore stesso rivela, in uno scritto che riportiamo tradotto qui, forse per la prima volta in italiano, che i suddetti disegni sono il frutto di uno stato di meditazione psichica, il quale possiede un carattere mistico, rituale e magico al pari di un contatto con l’aldilà.

“Provate voi stessi, nonostante siate convinti che vi manchi il talento. Il disegno automatico non è arte, è un’attività dello spirito, e tutti l’abbiamo (o quasi tutti).”

Švankmajer è da sempre immerso nella dimensione umana del sogno e quindi ben poco la sua ricerca grafica ha a che fare con la medianicità, quanto piuttosto è vicina al disegno automatico di Michaux e dei surrealisti, di cui abbiamo accennato nel numero due di VAV, dove 108 ci spiegava come nascano i suoi paesaggi/disegni-trance. Nei disegni automatici la mano è guidata dall’inconscio che emerge ed acquista segno, tracce e spazio. Una caratteristica che accomuna molti disegni automatici di diversi autori, che siano stati scrittori, pittori o semplici personalità attratte da questa forma di linguaggio, è che il tracciato tende ad oltrepassare il confine della superficie del foglio, straborda insieme al flusso di questa in-coscienza simbolica.

Svankmajer mediumni Kresba

Mediumní kresba III, 2001

Nei disegni di Švankmajer, invece, appare chiaro lo studio controllato della composizione e la scelta ponderata nell’uso dei colori, ma soprattutto, molti disegni di questa serie, sebbene non tutti, sono stati eseguiti utilizzando un’altra tecnica cara ai surrealisti: il frottage. Il ritaglio di una forma che serva da base per il disegno definitivo implica una riflessione e un tempo di costruzione, e non è pensabile che il risultato finale sia frutto solamente di uno stato meditativo della mente creatrice, per quanto poi l’uso di tale forma possa essere affidato al caso. Ciò che ci interessa in questi disegni di Švankmajer è la considerazione del disegno da parte dell’autore non come strumento d’indagine utile a qualcosa d’altro, ma come l’indagine stessa, conseguita combinando elementi linguistici differenti, statici e plastici, visivi e tattili; l’oggetto quindi è liberato dalla sua funzione, realizzando l’invito che l’autore fa in “Il tatto e la vista” (Hma a imaginace, 1978).

05svankmajer_mediumni_kresba

Mediumní kresba I, 2001

I “Mediumní kresba” riflettono le ricerche parallele condotte dall’autore lungo tutta la sua produzione. Da un lato abbiamo la ricerca puntigliosa del particolare e l’analogia formale, tipica delle sue sculture fantastiche e della sua Historia Naturae, di cui troviamo riverberi in molte sue opere cinematografiche e d’animazione, dall’altro lato Švankmajer adopera un espediente a pieno titolo precursore della scultura gestuale, la quale egli definisce “forma pura dell’atto tattile”, dove non c’è antagonismo tra soggetto e oggetto, tra modello interiore e modello esteriore, e, aggiungeremmo noi, tra segno interno (l’idea) e segno esterno (l’espressione). Gli ornamenti di cui si compone il segno possiedono una sensatezza primordiale, si moltiplicano in moduli ispirati a elementi naturali: l’ornamento costruisce la forma e conferisce immediatezza all’invenzione grafica. L’aspetto sorprendente di questi disegni, a nostro parere, non è tanto la ricerca surrealista delle possibilità dell’inconscio nei giochi linguistici, quanto piuttosto il processo di costruzione del segno, il quale proviene sì dall’immaginazione, ma anche da un dato realissimo quale è l’esperienza tattile, o meglio, il gesto.

Disegni medianici1

Tutti i medium che disegnano insistono a sostenere, senza eccezione, che non siano loro a disegnare, ma qualcun altro a cui prestano le loro mani. Come non ricordare Rimbaud e il suo “Io sono un altro”!

I medium sono convinti che la loro mano venga guidata dagli spiriti di altre dimensioni. Chi ha letto Sigmund Freud sa che è l’inconscio ciò che in questi casi si manifesta, però, in realtà, questa spiegazione “razionale” non è meno misteriosa e oscura dell’interpretazione spiritista. L’automatismo psichico continua ad essere sconosciuto, nonostante si è consapevoli che rappresenti la colonna vertebrale di una creazione autentica. I disegni medianici sono qualcosa di più primigenio e fondamentale dell’arte figlia della “civilizzazione”; sono più simili alle creazioni dei popoli primitivi, e non tanto per la loro morfologia quanto piuttosto per la loro essenza spirituale. Secondo un’errata credenza si pensa che i medium che disegnano lo facciano in qualche stato di trance, abbiano gli occhi fuori dalle orbite e quasi caccino schiuma dalla bocca. Non sempre è così.

Il disegno automatico esige che la mente raggiunga uno stato di distensione assoluta, come nella meditazione. Più profonda è la distensione più è alta la percezione di chi disegna di non essere egli stesso a disegnare. Sembra che la mano acquisisca una propria volontà e che disegni ciò che più desidera. O meglio, è come se eseguisse qualcosa di incontrollabile che però possiede chiaramente un senso, sebbene non riusciamo ancora a comprenderlo. Inoltre, i movimenti (e con essi anche il disegno) iniziano ad acquisire ritmo, e una sorta di “profondo ornamento” – che non possiede una funzione decorativa, ma è una espressione organica come quella dello spirito – comincia ad espandersi fino ad invadere la superficie. Questo hanno in comune il disegno automatico e le creazioni dei popoli “primitivi”. Provate voi stessi, nonostante siate convinti che vi manchi il talento. Il disegno automatico non è arte, è un’attività dello spirito, e tutti l’abbiamo (o quasi tutti).

Jan Švankmajer, 2003

1 Dibujos mediumnicos in Jan Švankmajer, Para ver, cierra los ojos. Pepitas de Calabazas ed. , 2012