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Tellas

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“Progetto Abitare” nasce qualche anno fa. Già dal 2003 producevo ambient-dub, ma sotto un altro nome. Diciamo che da questa esperienza ho cercato di creare una parte sonora più legata al mio lavoro visivo. E “Progetto Abitare” è un po' un'integrazione a questo.

Negli ultimi anni durante i miei viaggi ho cominciato a registrare in maniera molto lo-fi delle situazioni, dei paesaggi che incontro. Questi sono praticamente i tappeti su cui poi vado a lavorare con suoni sintetici basilari, e percussioni che vado a cercarmi sempre in mezzo alle registrazioni. Per esempio, ho registrato degli shaker da una confezione di semi di rucola, o degli altri suoni che son dei disturbi che crea il vento sul microfono del registratore. Insomma le tematiche son praticamente le stesse del mio lavoro visivo.

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Non ho mai fatto una distinzione chiara tra forme espressive come pittura o musica: sono vie che prendo per cercare di comunicare delle idee e dei mondi che ho in mente. Una delle parti fondamentali per il mio percorso artistico risale a metà anni '90 quando vidi il film “Decoder” e venni in contatto per la prima volta con la cultura Industrial e i suoi personaggi chiave di fine '70 e inizio '80: Genesis e Throbbing Gristle, in particolare. Ai tempi ascoltavo punk e ci misi qualche anno ad elaborare la cosa, comunque quell'idea di arte rituale deviante, oscura, una specie di magia post industriale, mi ha poi influenzato moltissimo negli anni a seguire. Comunque a fine anni '90 ho iniziato a fare esperimenti sonori con un programmino DOS, chiamavo i pezzi “larva” con un numero vicino, e fu in quel momento che mi venne l'idea di sostituire la mia tag con un numero, non l'aveva mai fatto nessuno credo, almeno nel giro dei graffiti, e poi tolsi le lettere conservando solo la forma vuota. Una cosa importantissima è che a fine '97 mi trasferii a Milano per studiare Design al Politecnico per la mia passione verso il Bauhaus. Così sono entrato in contatto con le avanguardie e in particolar modo lessi per la prima volta “Lo spirituale nell'arte” che ancora oggi per me rimane un testo fondamentale, forse il più grande!

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Condividere lo spazio con altri spesso è complicato. Può essere una sfida, ma anche un motivo per creare qualcosa di nuovo e trovare altri spunti.

Io collaboro sopratutto con amici con cui principalmente mi trovo bene, anche perché è più importante il momento della realizzazione che il risultato finale.

Credo che questa cosa del collaborare venga dall'esperienza dei graffiti.

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Ritengo lo spazio e il contesto fondamentali nel mio lavoro.

Da quando mi son concentrato sulla forma, è venuto poi naturale ragionare anche sullo spazio, che è già di per sé una forma. Questo per dire che ogni muro è diverso, ha una grossa importanza poiché va a decidere l'intervento da farci sopra.

Poi i lavori su tela o su carta sono spesso degli esercizi, che, come ho detto prima, uso come spunto per realizzare le opere su muro o installazioni. Prendo spesso degli elementi da vari disegni, monto, smonto, per creare variazioni sulla composizione, e anche per pormi dei problemi sulla forma e trovare nuove soluzioni.

Per questo li definisco degli esercizi.

In definitiva, è un approccio che automaticamente cambia a seconda dell'ambiente.

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Quella mostra di Lodi è stata una bella esperienza, con Tellas mi sono trovato molto bene come sempre. Per me è sempre molto difficile lavorare con altri artisti fianco a fianco perché considero il mio lavoro molto personale e soggettivo, ma in quel caso tutto è andato benissimo, senza nemmeno dover discutere troppo sul da farsi, tutto ha funzionato bene in modo naturale. Le forme tridimensionali o sculture che faccio sono un modo per rendere più reali le mie idee, le forme che di solito dipingo. Mi piacerebbe fare molte più di queste sperimentazioni ma non è facile: nemmeno io ho ben chiaro se le forme piatte in due dimensioni siano rappresentazioni di quelle tridimensionali o se quando faccio queste ultime in realtà stia cercando di vedere maggiori particolari nelle prime che però non riesco a vedere/ricordare bene come nei sogni.

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Guarda, io ho sempre vissuto in città: Alessandria, anche se piccola, è stata una delle prime città pesantemente industrializzate d'Italia e una delle più sviluppate fino al secondo dopoguerra; oggi è in piena decadenza, ma ho sempre sentito il peso della città e del cemento e quando mi sono trasferito a Milano non è stato un grande cambiamento. A parte il costo della vita, quello che mi ha fatto tornare a casa, però, è stata la difficoltà che incontravo ogni volta che volevo fuggire dall'urbanizzazione: bisognava prendere il treno e fare molta strada e difficilmente si poteva arrivare in qualche posto poco antropizzato. Qui è diverso: prendo la bicicletta e in 15-20 minuti posso abbandonare la città, essere tra le colline del Monferrato, questo è importantissimo, mi ha salvato la vita molte volte. Inoltre i miei balconi sono protetti da molte piante che fanno scudo tra me e la città. Negli anni ho provato molti rampicanti, poi finalmente ne ho trovato uno che era di mia nonna: il Poligono Aubertii, una pianta perfetta, che in natura può essere infestante, che sopporta il sole d'estate ma anche il freddo (qui a volte scende sotto i -10 d'inverno) e copre tutto di verde appena arriva la primavera, amo molto questa pianta. Quando vado negli edifici abbandonati c'è questa situazione di cemento (inteso come architettura industriale) in decadenza che viene riconquistato dalla natura e con gli anni tutto torna naturale. Non so come spiegare esattamente quindi nominerò “Stalker”, un film che da solo spiega bene quello che intendo e molto di più, il rapporto con l'ignoto, l'esplorazione, il sogno e altro ancora. Uno dei più grandi film di sempre.

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